La prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse passa sempre più spesso anche da nuovi strumenti – come la profilassi post-esposizione con doxiciclina per alcune infezioni batteriche sessualmente trasmesse (doxyPEP) – ma il loro impiego nella vita reale può rivelare opportunità e criticità ancora poco esplorate. È quanto emerge dallo studio Appropriate use of Doxy-PEP and inappropriate antibiotic self-medication for STI management: insights from a LGBTQIA+ survey in Italy, pubblicato il 6 aprile 2026 su BMC Public Health, che annovera tra i suoi autori Pietro Ferrara, ricercatore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca
La ricerca, realizzata in collaborazione con Arcigay APS, si basa su una survey nazionale rivolta a persone della comunità LGBTQIA+ in Italia e distingue due fenomeni diversi, ma collegati: da una parte l’uso della doxyPEP all’interno di percorsi di prevenzione più strutturati; dall’altra l’automedicazione antibiotica, cioè il ricorso a farmaci assunti senza controllo medico per affrontare sintomi sospetti o gestire possibili infezioni sessualmente trasmesse.
I dati mostrano che tra i 211 partecipanti il 21,3% ha riferito di aver utilizzato la doxyPEP, mentre l’11,1% ha dichiarato di aver fatto ricorso ad antibiotici in autonomia per la gestione delle le infezioni sessualmente trasmesse. Dalle analisi emerge che l’uso della doxyPEP risulta associato alla PrEP per l’HIV, cioè la profilassi pre-esposizione, un trattamento preventivo assunto prima di possibili comportamenti a rischio per ridurre la probabilità di contrarre il virus, e a una recente diagnosi di infezione sessualmente trasmessa. L’automedicazione antibiotica, invece, appare più frequente tra le persone più giovani e tra chi ha già avuto in passato infezioni sessualmente trasmesse.
Il punto più interessante dello studio è forse proprio questo: non tutto l’uso di antibiotici segue lo stesso schema. Da un lato emerge una prevenzione più strutturata, che si inserisce in percorsi sanitari strutturati; dall’altro si osservano pratiche informali, legate allo stigma, a un bisogno di agire rapidamente ma anche a possibili ostacoli nell’accesso ai servizi e all’informazione. Gli autori segnalano inoltre che una quota non trascurabile di chi usa la doxyPEP ottiene comunque la doxiciclina attraverso canali non prescritti.
La ricerca richiama così un tema più ampio di sanità pubblica: costruire percorsi di prevenzione che siano efficaci, accessibili e accompagnati da indicazioni chiare, evitando che uno strumento utile si affianchi a pratiche inappropriate. Lo studio sottolinea anche un’elevata disponibilità futura all’uso della doxyPEP se prescritta dal medico, segnale di un bisogno concreto che potrebbe trovare risposta in servizi più accessibili e in una migliore integrazione della salute sessuale nei percorsi di cura.
In questo contesto, un recente consenso della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) sull’uso della doxyPEP rappresenta un passaggio significativo per favorire un impiego più standardizzato e basato sulle evidenze.
Servono, però, anche informazione, educazione sanitaria e servizi capaci di raggiungere i gruppi “epidemiologicamente invisibili”, le persone che oggi restano ai margini dei percorsi più strutturati di prevenzione e cura, per accompagnare in modo corretto l’adozione di nuovi strumenti di prevenzione, ridurre il ricorso al “fai da te” e promuovere un uso più responsabile degli antibiotici.